Missione 4 Istruzione e ricerca


A Casalmaggiore, la comunità battista ghanese si riunisce ogni domenica per un culto di lode e adorazione in cui la dimensione sonora assume un ruolo centrale nella strutturazione dell’esperienza liturgica, che è insieme celebrazione religiosa, pratica musicale e dispositivo di costruzione identitaria.
In questa puntata del podcast Altrove è qui ci ritroviamo in una comunità battista ghanese a Casalmaggiore che trasforma il culto domenicale in uno spazio sonoro di lode, preghiera e appartenenza diasporica. Nel contesto della provincia di Cremona, a Casalmaggiore, la comunità battista ghanese si riunisce ogni domenica per un culto di lode e adorazione che è insieme celebrazione religiosa, pratica musicale e dispositivo di costruzione identitaria in cui la dimensione sonora assume un ruolo centrale nella strutturazione dell’esperienza liturgica.
Oggi i ghanesi cristiani di confessione protestante in Italia sono circa 36.000 (dati IDOS 2025), di questi circa 5.600 sono residenti in Lombardia. In provincia di Cremona costituiscono l’1,5% della popolazione di origine straniera e fanno quasi tutti parte della GNAC (Associazione Nazionale dei Ghanesi a Cremona). Una buona parte di questi si riconosce in una confessione protestante di matrice storica (battista o metodista), mentre il resto in diverse denominazioni pentecostali, in un rapporto di circa 20 a 80 (cfr. Naso-Passarelli 2018 e Annarilli 2025).
Il culto domenicale non è un semplice susseguirsi di momenti rituali, ma un evento partecipativo in cui parola, canto e corpo si intrecciano. Fin dall’apertura, la comunità costruisce uno spazio sacro attraverso la musica: i canti introducono progressivamente i fedeli in una dimensione altra rispetto alla quotidianità lavorativa e migratoria, segnando una soglia simbolica tra il tempo profano della settimana e il tempo consacrato alla lode della domenica. La struttura del culto riflette l’eredità del protestantesimo battista, ma è anche profondamente plasmata dalla matrice culturale ghanese e dalle influenze che arrivano dagli Stati Uniti d’America. L’appartenenza ecclesiale si richiama alla tradizione battista globale, storicamente connessa alla missione e alla diffusione del protestantesimo in Africa occidentale. Tuttavia, nel contesto diasporico italiano, tale eredità si riconfigura in modo dinamico. Il culto domenicale si articola attraverso una sequenza riconoscibile: momento iniziale di invocazione dello Spirito, canti di lode e adorazione, momenti di testimonianza personale, lettura biblica, predicazione, raccolta delle offerte e benedizione finale. In ciascuna di queste fasi, la musica non è elemento accessorio, ma struttura portante dell’azione rituale.
Uno degli aspetti più rilevanti è il canto congregazionale. I canti sono guidati da un worship leader o da un piccolo gruppo vocale amplificato, ma l’assemblea risponde o in forma responsoriale o si unisce in maniera compatta al canto. Questa dinamica call-and-response, tipica di molte tradizioni musicali dell’Africa occidentale, favorisce un coinvolgimento attivo e corporeo: battito di mani, oscillazione del corpo, talvolta brevi movimenti danzati. Dal punto di vista musicale, il repertorio alterna inni battisti di tradizione anglofona, Gospel contemporaneo e, a volte, canti nelle lingue locali (molto spesso in twi). La lingua inglese svolge una funzione ponte: connette la comunità alla storia del cristianesimo protestante globale e allo stesso tempo permette l’inclusione di eventuali partecipanti non ghanesi. Le lingue locali, invece, rafforzano l’intimità comunitaria e la continuità con la memoria culturale d’origine. Gli strumenti musicali contribuiscono a definire l’identità sonora del culto. Tastiera elettronica, batteria, basso e chitarra elettrici costruiscono un tessuto ritmico armonico che richiama la Contemporary Worship Music, ma l’accentazione e la gestione del tempo rivelano anche un’estetica africana del groove, caratterizzata da una forte pulsazione e da micro-variazioni ritmiche che intensificano la partecipazione emotiva.
La predicazione occupa uno spazio centrale e dialoga costantemente con la musica. Non è raro che il sermone sia interrotto o sostenuto da brevi interventi musicali o esclamazioni dell’assemblea («Amen!», «Hallelujah!»), creando una tessitura performativa in cui parola proclamata e risposta comunitaria si alimentano reciprocamente. La voce del pastore si muove tra registro discorsivo e modulazioni quasi cantillate, accentuando i passaggi teologicamente ed emotivamente più significativi (inserendosi n una lunga tradizione delle chiese risvegliate statunitensi, così come Jeff Todd Titon ha lungamente scritto).
Nel contesto migratorio, il culto assume anche una funzione sociale. Per molti membri della comunità, la chiesa rappresenta uno spazio di mutuo sostegno, orientamento e solidarietà (quello che il politologo Paolo Naso ha definito «welfare dal basso» (cfr. Naso 2022). La dimensione sonora rafforza tale coesione: cantare insieme significa riaffermare un’appartenenza condivisa che trascende le difficoltà dell’inserimento lavorativo e le eventuali esperienze di marginalità. Particolarmente significativa è la partecipazione intergenerazionale. Bambini e giovani, spesso nati o cresciuti in Italia, prendono parte attiva al canto e talvolta guidano momenti musicali. In questo senso, il culto diventa un laboratorio di mediazione identitaria: le seconde generazioni apprendono codici musicali e religiosi della tradizione familiare, ma li rielaborano alla luce della propria esperienza italiana (cfr. Naso-Passarelli 2018).
Nel panorama religioso della pianura padana, la comunità battista ghanese di Casalmaggiore rappresenta una forma meno visibile rispetto ad altre manifestazioni pubbliche di religiosità migrante, ma non meno significativa. Se altrove il rito si espande nello spazio urbano, qui è l’interno del luogo di culto a farsi crocevia di mondi: Ghana e Italia, memoria e presente, tradizione battista e creatività diasporica. La registrazione del culto restituisce con chiarezza questa stratificazione: il suono non è mero accompagnamento, ma medium teologico e sociale. Attraverso il canto, la comunità afferma la propria fede; attraverso il ritmo, consolida i legami; attraverso la parola predicata, interpreta la propria condizione migratoria alla luce del Vangelo (Annarilli 2025). Il culto domenicale di lode e adorazione a Casalmaggiore si configura così come uno spazio sacro diasporico: un luogo in cui la musica costruisce comunità, rende udibile la fede e dà forma, settimana dopo settimana, a un’identità radicata al contempo nel territorio italiano e aperta a una dimensione transnazionale.
La registrazione da cui sono tratti gli esempi della puntata è stata effettuata durante il culto domenicale dell’ 8 febbraio 2026.
Ascolto 1 – Holy is the Lord e Worthy is Your Name
Holy Is the Lord è un canto di lode centrato sulla santità di Dio. Il testo riprende un linguaggio fortemente biblico, soprattutto quello della visione di Isaia (Isaia 6: «Santo, santo, santo è il Signore») e dell’Apocalisse. La santità qui non è solo una qualità morale, ma indica la trascendenza, l’alterità di Dio rispetto all’essere umano. Il ritornello, con le parole: «Holy is the Lord God Almighty, the earth is filled with His glory», afferma una dimensione cosmica della lode: tutta la creazione è coinvolta. Non è un canto intimista, ma ecclesiale e universale. Musicalmente è costruito in forma strofa–ritornello con una progressione armonica tipica della worship music anglosassone contemporanea. La dinamica cresce gradualmente fino a un momento di espansione corale nel ritornello, favorendo la partecipazione congregazionale.
Worthy Is Your Name è un canto cristocentrico. Il testo insiste sulla “dignità” (worthiness) del nome di Gesù. Qui l’accento non è tanto sulla trascendenza di Dio Padre, quanto sull’opera salvifica di Cristo. Frasi come «Jesus, You deserve the praise» ribadiscono un tema tipicamente neotestamentario (Apocalisse 5): l’Agnello è degno di ricevere onore e gloria. La teologia sottesa è chiaramente evangelica: centralità della croce, redenzione, risposta personale di adorazione. Il brano segue la tipica architettura worship contemporanea: strofa narrativa/teologica, pre-chorus ascendente, ritornello ripetitivo e facilmente memorizzabile, bridge intensificato (spesso reiterato molte volte). L’effetto è cumulativo: la ripetizione non è solo estetica, ma funzionale a creare uno spazio emotivo e spirituale di immersione.
Ascolto 2 – Joy Overflow
Joy Overflow è un canto centrato sull’esperienza della gioia spirituale come segno tangibile della presenza di Dio. Il testo insiste sull’idea di una gioia che «trabocca» (overflow), immagine che richiama il Salmo 23 («la mia coppa trabocca») e, più in generale, la pneumatologia pentecostale: lo Spirito Santo riempie il credente fino alla sovrabbondanza. Il lessico è semplice, ripetitivo, dichiarativo. Non si tratta di una narrazione teologica articolata, ma di una proclamazione performativa: cantare la gioia significa attivarla, renderla esperienza condivisa. La gioia non è solo stato emotivo individuale, ma energia comunitaria. Teologicamente il canto si colloca in un cristianesimo carismatico in cui: la benedizione è percepita come concreta e presente, la lode è espressione corporea (danza, movimento), la comunità celebra la vittoria spirituale su tristezza, oppressione e difficoltà. Musicalmente il brano si inserisce nella tradizione gospel contemporanea africana: struttura ciclica, basata su hook ripetuti, forte centralità del groove ritmico, interazione call-and-response tra leader e assemblea, progressiva intensificazione dinamica. La ripetizione non è un limite compositivo, ma una strategia rituale: crea trance leggera, coinvolgimento corporeo, partecipazione collettiva. Il ritmo, sostenuto da batteria e basso elettrico, è elemento teologico tanto quanto il testo: la gioia si incarna nel corpo.
Ascolto 3 – I’m pressing on the upward way e Everybody Say Amen
Il testo del primo canto esprime una teologia del progresso spirituale. Il credente è descritto come in cammino verso un «higher ground», ossia un livello più alto di maturità, santificazione, vicinanza a Dio. L’immagine è dinamica: pressing on (avanzare con determinazione), new heights I’m gaining every day (nuove altezze spirituali), richiesta costante: “Lord, plant my feet on higher ground.” Teologicamente il canto si colloca nell’ambiente metodista e revivalista in generale statunitense di fine Ottocento, con forte enfasi sulla santificazione progressiva. È una spiritualità orientata al miglioramento morale e alla perseveranza (basandosi pienamente sulle istanze teologiche di John Wesley). Il canto è così composto: forma strofica con ritornello, melodia facilmente memorizzabile, armonizzazione semplice, tipica dell’innodia evangelica americana tardo-ottocentesca, spesso eseguito in tempo moderato, con andamento marziale ma gioioso.
Il secondo canto, invece, ha al centro l’atto comunitario dell’“Amen”. “Amen” non è solo una parola di chiusura, ma un’affermazione collettiva: significa «così sia», «è vero», «confermiamo insieme». Il canto invita l’assemblea a dichiarare pubblicamente la propria adesione alla lode e alla fede. Non si tratta di un testo narrativo o dottrinale articolato: è performativo. Cantare “Amen” è già atto teologico. Qui la musica è evento più che composizione fissa. Il brano può durare pochi minuti o diventare una sezione prolungata di celebrazione, con modulazioni, variazioni ritmiche e partecipazione corporea (battito di mani, danza, esclamazioni).
Le registrazioni della puntata sono a cura di Fulvia Caruso e Alberto Annarilli.
Ringraziamo la Temple Ministry of Light Baptist Church, il pastore Joseph e la cantante Priscilla Nyarko.
Missione 4 Istruzione e ricerca